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La guerra, 1954
Olio su tela, cm 62x81
La scena presenta, al centro, una sorta di asse di simmetria costituito da un fiume, nel quale nuota disperatamente, verso la riva, una figura in rosso ed è attraversato da un ponte, sul quale si trovano altri due personaggi in nero. Il corso d’acqua raggiunge un agglomerato urbano, posto sullo sfondo, avvolto dalle fiamme di un bombardamento, mentre nel cielo, sopra le case, precipitano scure sagome di aerei, anch’esse incendiate. Sulla sinistra, in basso, un ufficiale si trova presso una postazione con mitragliatori che colpiscono una donna che tiene le braccia alzate; sul retro avanza un carro armato. Sull’altra sponda del fiume, a destra, notiamo quattro personaggi, tra i quali un uomo che spara e la silhouette bianca di una donna con un cuore rosso accanto. Sovrasta la scena un gruppo di alberi scheletriti su un terreno incandescente.
L’incubo orleriano della guerra, traslitterazione simbolica di un sofferto stato interiore dell’artista, trae spunto, specialmente in alcune figure, da quello che era stato l’indiscusso capolavoro picassiano di Guernica (1937), con le figure deformate e drammatiche inserite in un paesaggio cubista. Alcune di queste ultime (come la donna in bianco colpita a morte), inoltre, hanno, nella postura epica, lontane assonanze anche con la nota opera Fusilamientos a la montaña de Príncipe Pío (1814) di Francisco Goya. La composizione, che in Picasso era stata tutta giocata sul non colore, però, si accende in Orler di vivide cromie espressioniste (azzurri, verdi, gialli, ocra, rossi), alla maniera della Città apocalittica di Ludwig Meidner, del 1916. Interessante, sulla grumosità del pigmento, la figura della donna bianca, deformata (come in alcune raffigurazioni di Miró) in una drammaticità freudianamente ‘urlata’ e affiancata, su fondo nero, dal simbolo di quel cuore rosso (del resto, le sferzate di rosso del sangue e delle fiamme sono lo scheletro portante di tutta l’opera) che, in altro contesto, può rammentarci i cuori di Terezin ‘graffiati’ negli affreschi di Celiberti. La figura dell’ufficiale, dominata dal grande berretto, richiama alcune figure di Mino Maccari, ma immerse in una tragedia globale che esclude ogni graffiante ironia sottesa alle figure dell’artista senese. |