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La cena, 1965

Olio su tela, cm 100x120

 

Un misero interno fumoso e cupo, angusto e spoglio, nel quale emerge un tavolo di legno dove consumano il frugale pasto un uomo e una donna. In primo piano una pagnotta di pane ed una forma di formaggio, già intaccata; sullo sfondo, dietro la donna è visibile la fiamma del camino.

 

La semplice e rustica scena familiare raccontata da Orler diviene quasi una serena metafora evangelica e francescana, dove, al pari che nella Morte di San Francesco del 1961 (vedi tav. 63), nell’oscurità e nella povertà non vi è nulla di doloroso e di angosciante, ma anzi una dimensione di purezza e di fraterno amore. Le due affaticate figure in penombra, isolate e con gli sguardi che non si incontrano, dalla silente e dignitosa sacralità quasi da Verismo ottocentesco, non hanno, però connotazioni di denuncia sociale e di ’quadro di storia’, ma quasi si perdono nell’oscurità della stanza, divenendo eterei. Tutta la scena, nel fioco ed instabile bagliore in controluce di quella fiamma che si trasforma in evanescente aureola attorno alla donna, è pervasa di silenzio ancestrale; la monocromia nera del fondo materico e tormentosamente lavorato è, però, trasparenza leggera di fronte allo spettatore e i punti di colore e di luce, compositivamente e simbolicamente ridotti ai soli volumi del pane e del formaggio, rimandano, in un certo senso, ai Mangiatori di patate, dipinti da Van Gogh nel 1885 e a quella stessa visione priva di interpretazione astrattamente romantica ed idilliaca alla Millet (si pensi, per quest’ultimo, alla notissima L’Angelus). I fondali cupi, scuri e sporchi, comunque, non sottolineano, a differenza di quanto avviene nell’opera del pittore olandese, i segni della fatica quotidiana e materiale di quella famiglia contadina, riunita nel momento del pasto serale, ma solamente la dimensione del suo spirito.