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Bambola rotta , 1975Tecnica mista su tela, cm 90x100
Si notano i frammenti di tre bambolotti sfasciati con violenza, distrutti e incollati, disseminandoli sulla superficie rigida. Alle membra dei tre bambolotti si mescolano piccoli giocattoli in plastica come, spazzole, formine da rena, pennelli e una corda. Al tutto viene aggiunto il colore (nero, azzurro e marrone).
Come nell’opera precedente, alla disgregazione armaniana si aggiunge il gesto pittorico sinteticamente figurativo, che ci rammenta Schifano. Su questa allegorica spiaggia, perimetrata e quasi avvolta dal mare, troviamo quell’universo fanciullesco che ci fa venire in mente il ciclo delle Schegge detto Avevo dieci anni di Schifano. In un certo senso, sognare e dare sfogo alla propria fantasia è l’unica libertà che non può essere tolta all’uomo, sebbene oggi, quando ci rifugiamo in una sorta di favola, che possa essere solo nostra, la molteplicità di immagini, scagliataci addosso dai mezzi di comunicazione, finisca per minare anche quest’ultimo spazio di autonomia del pensiero, specialmente nei bambini. Orler ci ricorda, in un certo senso, con desolante rammarico, che quando era fanciullo ciò era ancora possibile e che, però, è nostro dovere riappropriarsi dei sogni in un mondo che tende a condizionare sempre più l’umanità con bisogni indotti. Questo omaggio alla fantasia infantile pare recuperare un universo di simboli all’interno di un proprio territorio mentale.Orler rivive l’essere bambino attraverso i giocattoli stessi (infranti dal cinismo della vita moderna, ma ricomposti in una nuova dimensione altrettanto reale del sogno, ovvero del ricordo) e attraverso il colore acceso e vibrante che uniforma e racchiude quella nuova realtà sul supporto polimaterico, in un’atmosfera onirica che trasforma il sogno stesso in metafora e indicazione di una via per la riconquista della libertà dell’io più profondo mediante la semplicità evangelica e francescana di un bambino: Orler, infatti, proprio come un bambino, impastato di sogni e di giochi, vuole giuocare e, attraverso la pittura (si noti l’ammiccante presenza dei pennelli), il gioco stesso torna a essere sogno per sé e per chi guarda l’opera, quasi uno specchio per la parte più profonda e pura che è in noi e che non va dimenticata. L’accostamento della testa di un piccolo bambolotto di colore alla bambola bianca sottolinea, inoltre, il carattere di universalità del messaggio orleriano. |