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Sole nel vuoto, 1992

Tecnica mista, cm 100x82,5

Firmato e datato in basso a destra, sul dritto: “Orler / ‘92”

 

 

Un telaio ligneo è il supporto per una serie di corde che si intrecciano e annodano, reggenti un disco rosso in alto, che rappresenta il sole, e un pezzo di stoffa e un filo attorcigliato in basso, alludenti alla terra o a una montagna e all’erba.

 

Pur con un riferimento figurativo al sole che illumina la terra, l’opera si fa totalmente concettuale ed astratta.

Sin dagli Anni Cinquanta, il segno forte di Lucio Fontana tagliava con gesto paradigmaticamente violento la tela monocroma, a indicare come la pittura di rappresentazione della realtà avesse ormai espresso tutto e che, quindi, bisognava andare ‘oltre’, verso opere non più rappresentanti altro, ma se stesse, mediante concetti spaziali che, travalicando la tela o comunque il supporto, coinvolgessero la tridimensionalità dello spazio effettivo, in una visione astratta e concettuale dello Spazialismo stesso.

Nella visione della pittura non più come rappresentazione del reale e neppure come raffigurazione informale dell’inconscio diveniva, pertanto, opera d’arte l’oggetto stesso, vale a dire la tela ed il telaio, tela che Alberto Burri bruciava e Salvatore Emblema detesseva, così da far entrare nell’opera stessa ciò che veramente è reale, come, ad esempio, il muro di supporto al quadro che, nelle opere detessute di Emblema, entra in gioco come mutevole elemento cromatico, materico e luministico.

Ciò vale anche per quest’opera di Orler, nella quale la tela addirittura scompare, per lasciare spazio al solo telaio e la funzione della tela stessa è assunta da quelle corde tese ed annodate, che rendono trasparente, più che filtrato, il fondo, inserendo direttamente nel gioco ottico il muro retrostante; il quadro viene così ad essere personalizzato da chi inserisce l’opera sulla propria parete. L’opera, significativamente, può essere veduta anche dal retro, con uno scambio simbolico tra il dritto e il verso, la realtà e la sua ombra o immagine, vedute come un’entità unica ed inscindibile.

Orler, comunque, non crea un’opera astratta, ma rimane sempre figurativo, con quel suo paesaggio, che le corde scompongono in triangoli e in poligoni (quasi materializzazione del Postcubismo di ascendenza picassiana) e con quei riferimenti alla terra, ai prati e al sole, sole che metaforicamente è legato e come imprigionato nel vuoto dell’opera, ennesima denuncia contro le alterazioni che l’uomo ha perpetrato contro la natura e il cosmo.