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La morte di San Francesco, 1961

Olio su tela, cm 115x200

Firmato e datato al centro a destra: “Davide Orler VE 1961”

 

 

Su uno scarno e ruvido tavolato giace il corpo esanime di San Francesco, che tiene un crocifisso tra le mani, segnate dalle stigmate. All’estremità del letto funebre sono collocati quattro ceri accesi, mentre due giovani frati pregano con le mani giunte, pregano presso il santo; un terzo frate, entrando dalla porta piange coprendosi il volto. Nell’angolo destro della stanza, al di sopra di un inginocchiatoio vi è un crocifisso e dalla finestra, con gli scuri aperti, vediamo un solitario paesaggio umbro serotino.

 

Un quadro che ci restituisce tutta la pacata serenità di ‘Sorella morte’. I colori cupi e francescani, nei toni del marrone e del grigio, invadono la semplice e spoglia stanza.

Tutto ruota attorno alla figura statica del santo ed anche gli altri frati sono rappresentati in una solennità statuaria, dove il tempo sembra essersi fermato in quello storico e fatale attimo del transito. L’aura sacra, ma rude, è sottolineata ancora una volta dall’uso dei materiali con i quali sono realizzati l’edificio e gli arredi e, innanzitutto il legno - marrone come il saio dei frati, del solaio, il telaio e l’anta della porta, degli scuri della finestra, del lettuccio e del crocifisso -. Mentre uno dei frati guarda assorto la salma di Francesco, l’altro rivolge il vivido occhio al cielo, a ricordare il passaggio del santo nella vita ultraterrena. Proprio il cielo nei toni blu e azzurri dell’imbrunire è l’elemento dominante del panorama, veduto attraverso quella finestra ‘esageratamente’ dilatata in orizzontale, assumendo in un certo senso la valenza di un quadro nel quadro, ovvero, della finestra sull’al di là. L’essenziale massa arborea, pur senza connotati particolari, ci rende perfettamente l’idea e la sensazione della verde Umbria. Ai giovani volti barbuti dei due frati fa riscontro quello del santo sofferto e scavato dalla sofferenza (più che dagli anni), incorniciato, nel freddo pallore della morte, da una barba canuta.

Tutta l’opera, che in alcuni tratti e nelle cromie terragne (ma non nella pennellata) ci rammenta alcuni quadri di Felice Carena, è pervasa da una sacra monumentalità, per certi aspetti raffrontabile con la solennità meno retorica di grandi opere della correnteprebellica di Novecento, intrisa, tuttavia, di una semplicità primitivista, che già era stata propria delle opere orleriane degli Anni Cinquanta.