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Mosè e il passaggio sul Mar Rosso, 2000

Smalti e olio su juta, cm 95x95

 

 

“Mosè stese la sua mano sopra al mare e il Signore con un potente vento orientale fece ritirare il mare […] e le acque si divisero” (Es. 14, 21).

 

Il quadro è dominato dall’imponente figura rossa di Mosè, anche in questo caso disposta diagonalmente a secare in due la tela. La visione del patriarca, in quel suo gesto possente, diviene la matrice dinamica dalla quale nascono le curve concentriche alla sua destra e alla sua sinistra, che, nelle cromie del bianco e del blu, lasciando visibile anche la tela sottostante in una sorta di sgranatura dell’intelaiatura pittorica, definiscono le onde del mare che si ritira. Mosè, con le braccia alzate, è veduto come un direttore d’orchestra che domina e dirige l’elemento naturale; in effetti, la musicalità è peculiare di quest’opera, dove il gesto e la pennellata sono più che mai armonizzati in un equilibrio di rapporti ottici. Il movimento con il quale si orchestra la scena ci trasmette tutto il pathos dell’evento miracoloso, dove le pennellate si susseguono ed incalzano come note epiche di una sinfonia behetoveniana, nella quale anche Mosè è restituito come un fluido divenire di rosse pennellate che si uniformano al movimento delle acque. Questa atmosfera fredda delle acque viene squarciata dalla lucente apparizione di Mosè, che apre il mare, e ritorna in questo dipinto la concezione universale atemporale della condizione ebraica di esuli (mobili e fluttuanti come quelle onde), metafora del doloroso passaggio dell’umanità su questa terra e della speranza riposta nell’onnipotente presenza divina. La costruzione degli spazi è interamente gestita dalle campiture di colore che separano le zone, senza imporre limiti strutturali.