Davide Orler. Opere 1949 - 2000

 
 

 Selezione opere in mostra

   
   

Davide Orler si presenta con una selezione dell’intera sua produzione pittorica, in un itinerario di più di cinquant’anni di lavoro che partendo dal lontano1949 giunge fino ad oggi.

Sono pubblicate oltre 150 opere, a testimonianza di un’attività ininterrotta che però per quasi venticinque anni - dal 1975 al 2000 - è rimasta sconosciuta, come se l’autore dopo un inizio folgorante e un periodo di presenza attiva nel mondo dell’arte avesse preferito ritirarsi, per dipingere soltanto per sé e coltivare al tempo stesso un amore profondo per la pittura sacra di icone della tradizione russa, di cui diventa uno dei principali collezionisti europei.

Tre sono le principali fonti di ispirazione del pittore, i suoi “luoghi” per eccellenza: la montagna, sua terra d’origine di saldissime radici cui sempre aspira a tornare (Orler è nato infatti a Mezzano di Primiero, nel Trentino, nel 1931); il mare, che gli offre tutto il movimento, il colore e l’energia che gli sono necessari per vivificare le immagini colme di pathos che sente urgere in sé ed alle quali vuole dar vita; Venezia, città della luce, possibilità insostituibile di scoperte e di incontri, campo in cui si fondono il quotidiano e l’esotico, la realtà e la fantasia.

Orler ha dedicato sempre un’attenzione particolare alle vicende e alla storia dell’uomo. narrando attraverso le sue opere sia la vita della gente dei suoi monti, con i piccoli fatti di ogni giorno e le grandi tragedie che ne hanno periodicamente sconvolto il corso tranquillo, sia gli episodi e le figure, spesso tragiche e tormentate, che più hanno colpito la sua sensibilità durante i suoi viaggi e le sue avventure di mare e di terra.

Come per ogni vero cantastorie, l’interesse di Orler ha un risvolto epico, collettivo ed è comunque rivolto all’uomo, cui tutto si riferisce e ritorna, il paesaggio, le cose, gli eventi. La sua immagine è quindi caratterizzata da un fortissimo senso di comprensione, di condivisione, di pìetas per le storie di gioia e dolore di coloro che lo circondano.

Ma non bisogna dimenticare che Orler è uomo di intensa religiosità e che quindi per lui l’uomo è immagine di Dio, così come la natura ne è la prima creatura, lo specchio della divinità. Ecco che è nell’immagine sacra che egli trova la pienezza dell’opera, il colmo della pìetas, cioè del rispetto reverenziale per ciò che è vivo e quindi sacro, in un’ottica di fede profonda che vede nell’ Uomo del dolore, nell’ Ecce Homo, nel Christus patiens la personificazione di tutto il dolore del mondo.

La figura aspra, tormentata del Cristo ritorna dunque come un punto fermo, un memento irrinunciabile lungo tutto l’itinerario artistico ed umano del pittore che, se a livello espressivo prende chiaramente a modello per le sue figure sacre il grande Rouault, accogliendo stimoli anche dal primitivismo purista dei Nabis francesi come del conterraneo Tullio Garbari, nella sostanza dell’immagine manifesta una marcata individualità nella crudezza, nella lucidità con cui guarda, e non si stanca mai di guardare, ben fisso negli occhi il volto torturato di Gesù.

E’ necessario attendere questi ultimi anni perché, intensamente arricchito dalla frequentazione costante della Bibbia e dalla conoscenza della pittura di icone, Orler sappia trovare in sé un registro espressivo che stemperi il dolore di vivere, incarnato dal Cristo, crocefisso nel canto disteso del racconto vetero e neo-testamentario, tutto intessuto di luce trasparente, tocco leggero di colore sciolto nell’aria, danza angelica in cui la speranza rinasce, il miracolo ritorna possibile e il volto limpido del divino si manifesta in tutta la sua accecante luminosità

 

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