I quadri biblici di Davide Orler

DI RENATO LAFFRANCHI

 

 

 

La creazione di Eva, 1999,

olio su juta, cm 95x95

 

Pare che il grande Rouault negli ultimi anni di vita si mettesse sulla porta delle gallerie dove esponeva i suoi quadri domandando ai visitatori se fossero o no credenti; e a quelli che non lo erano dicesse che non era il caso che entrassero.

Il mio amico Davide, che mi ha raccontato la cosa, credo abbia la tentazione di fare lo stesso. E forse non avrebbe poi tutti i torti.

 Le sue ultime opere, quelle bibliche esiguamente presentate in questo volume nelle quali egli vede - e vedo anch'io - il termine e il frutto di tutta la sua ricerca e la sua fatica di uomo e di pittore, sono di quelle che si sottraggono a una attenzione che cerchi puri valori formali, diciamo artistici, perché propongono suggestioni spirituali pienamente avvertibili solo se la mente ha conoscenza e memoria delle cose di Dio, se il cuore è capace di riconoscere nelle immagini suggerite i personaggi, gli eventi e le storie che raccontano i Libri di Dio.

Quando lo conobbi molti anni fa fui affascinato, e anche un po' sconcertato, dalla sua figura di grosso vichingo, dalla irruenza di una passione che si incorporava coraggiosamente in opere dalla consistenza materica quasi brutale, nelle quali l'indignazione davanti alle ingiustizie e la compassione alle sofferenze degli uomini, alle tragedie, alle pene dei poveri, si trasformavano in gagliardi canti d'amore quando dipingeva la severa bellezza delle sue montagne e in una sollecitudine di protezione quando dipingendo le case degli umili applicava addirittura delle tegole di assi sulle tele, quasi a rinforzarne i tetti, come farebbe un gigante buono. Ci perdemmo per anni, così non lo seguii per le molte strade tentate, nelle diverse esperienze di cui le opere raccolte in questo volume ci informano.

Lo ritrovai andando ogni tanto a vedere le sue icone, incantato e frastornato come un Lazzaro affamato al banchetto di un re.

Non meno forte e fedele a se stesso lo ritrovai, ma come rassicurato e addolcito da una consapevolezza piena di luce, esperto del Mistero, convinto di Dio, edotto delle Sante Parole.

Così quando gli portavo gli amici dicevo loro che li portavo a incontrare un profeta.

Ma non sapevo in quale fatica si stava spendendo con la strenua dedizione di un posseduto; non avevo visto queste opere nate dalla Bibbia e dedicate alla Bibbia che recentemente mi sono venute addosso improvvise nel suo studio pieno di tele, di lampi, di apparizioni - così nuove, così numerose, così convincenti da darmi la sorpresa, la certezza e l'emozione di una rara esperienza dello spirito.

Poiché il vichingo è davvero diventato un profeta.

E solo chi conosce la Bibbia e la prende sul serio (ecco Rouault su quella porta) può capire che cosa intendo, e pensare con me a quegli uomini ostinati, difficili, fiammeggianti, severi, violenti a volte - se Eliseo faceva mangiare dei monelli dall'orsa - e insieme dolcissimi.

Uomini fissati sulla Parola, che non si curavano d'altro che della Parola e non avevano altro da dare agli uomini che la Parola.

Poiché così Davide è diventato.

E credo anche di sapere come la trasfigurazione è avvenuta, quale cammino ha portato questo pittore, quest'uomo, a questa nuova assolutezza, a questa riduzione ad unum delle sue visioni, a questo modo di dipingere così noncurante di quel che preoccupa di solito i pittori, qual è la sorgente della luce che vedo nei suoi occhi affaticati.

Egli ha vissuto una avventura singolare, che io gli invidio: la sua lunga immersione nello spirito di quell'arte che chiamiamo bizantina e che dovremmo chiamare semplicemente cristiana.

Dico immersione ma dovrei dire sprofondamento, perché è stato per lui come un perdersi, come un trovarsi fuori strada, come un perdere la ragione; come è di tutte le esperienze radicali dell'anima.

Poiché quel suo innamoramento avventato, intemperante, totalitario per le icone bizantine aveva davvero della follia, come sono folli le avventatezze di coloro che si lasciano soffiare via dallo Spirito.

Era il suo rischio, fu la sua passione e il suo dono.

Guardandole, quelle icone, e riguardandole, adattando poco a poco il suo cuore a quel loro fascino un po' sconcertante, imparando a venerarne la grazia segreta, lasciandosi illuminare e poi accendere da quel chiarore  modesto, ascoltandone le parole silenziose - facendo di quell'inverosimile reame la sua dimora - è diventato  capace di vederle per quello che sono: non oggetti di un'arte singolare fra le molte arti dell'uomo, ma "segni" quasi sacramentali della Verità. Della verità del divino e della verità dell'uomo e della storia, delle cose e della natura.

 Come maestre del dipingere e prima ancora del sentire.

Come testimonianze discrete e convincenti della Presenza.

Imparato questo - e Dio volesse che tanti artisti e tutti gli uomini d'oggi avessero almeno il sospetto di queste possibili esperienze dell'anima - non poteva Davide non dipingere come ora dipinge.

Non come un agiografo bizantino, poiché c'è ben poco dello spirito di quell'arte nella produzione dei facsimili diventati di moda, delle copie che riempiono le botteghe della cosiddetta arte sacra, ma come un vero pittore cristiano.

Come un pittore, cioè, che ha fissato lo sguardo sulle cose di Dio, sulle storie di Dio, sulle storie degli uomini di Dio, sulle aggressioni della Nequizia e sulle battaglie del Bene e quelle cose e tutte le cose vede ormai nell'unica Luce, e ce le racconta come le racconta la Bibbia, dove le ha riscoperte e imparate.

Non guardando e rifacendo le forme delle sue icone ma perdendosi nello spirito che le informava, facendosi obbediente alla necessità che le detta, che non è quella di uno stile, ma di una condizione dellanima; e grazie a questa obbedienza è diventato pittore "biblico", pittore cristiano.

Davide non copia le icone, perché le ha capite troppo bene.

Possiamo riconoscere dei ritmi, dei movimenti, dei rapporti, trovare dalle rispondenze, dei riferimenti, delle indicazioni succinte come le annotazioni di un coreografo che organizza una danza, ricordandoci l'essenziale musicalità delle icone. Ne riconosceremo il rigore iconografico nella disposizione e nelle attitudini delle figure, quando disposizione e attitudini sono essenziali ai significati; ritroveremo il compendio parsimonioso dei racconti.

Ma sotto l'estrema semplificazione compositiva, sotto l'esatta fedeltà delle citazioni, sotto qualche apparente conformità che pare estinguere l'antica irruenza del mio vichingo, astringerne la fantasia, quella irruenza rimane, anche se come domata, la fantasia è tutta libera, la passione evidente; la pietà, la rivolta, la compassione e la rabbia, la denuncia, la tenerezza e il perdono cantano insieme un grande canto di Amore. Ho negli occhi una Annunciazione dove le lievi vibrazioni di luce, l'incanto silente delle parole di Luca traspaiono quasi immateriali dalla tela, come venendoci dall'Altrove. Penso all'angoscia così umana del Signore che si stringe le braccia infreddolito dalla paura nella notte senza amici del Getzemani. Al Suo corpo sfinito deposto sulla terra che Gli ha bevuto tutto il sangue.

Alla Puerpera Santa distesa (proprio come nei bizantini) in un rosso che è regale e sanguinoso insieme. Penso a quella Pesca sul Lago dove le onde scintillano nel vento sotto un cielo festoso e mattutino come su un mare greco di Sicilia.

Penso ai profeti incendiati e drammatici, agli angeli folgoranti o quasi invisibili, agli Ospiti misteriosi sotto la tenda di Abramo, alle uccisioni, alle nozze, agli amori che ci racconta la Bibbia e che Orler dipinge.

Opere che, pur presenti in numero limitato in questa sede, meriteranno comunque una congrua presentazione, poiché io credo davvero che questo pittore singolare debba essere proposto a quanti cercano con cuore sincero il senso e il ministero dell'arte, alla Chiesa oggi tanto confusa fra la legittimità del contemporaneo e il fascino del passato, perché il contemporaneo non sia come è spesso la deludente testimonianza di un vuoto e la lezione del passato non si riduca a una riesumazione senza vita.

E tra le pitture qui pubblicate, per le quali la scelta è stata difficile, penso alla immediatezza con cui ci si impongono le immagini, alla fedeltà dei racconti, al variare dei colori, a certi turbinii di venti e di fuochi, di castighi e di assunzioni, alle tempeste notturne, alle quieti pastorali, agli abbracci gagliardi, alla pietà dei soccorsi, a Mosè che apre come un vento le acque, agli sgangherati pinnacoli di Babele, alla inesorabilità delle piaghe divine, alla felicità della gloria, a questa vera Bibbia dei poveri che Davide ha redatto per noi, a queste pagine dell'alfabeto di Dio che invita a leggere e a imparare, noi ormai analfabeti e smemorati delle Sante Parole.

 

 

 

La settima piaga: la grandine, 2000,

olio su juta, cm 95x95

     

 

       

 

Annunciazione, 1999,

olio su juta, cm 95x95

 

     
       
     

 

La strage degli innocenti, 1999,

olio su juta, cm 95x95

       

 

Il buon samaritano, 1999,

olio su juta, cm 95x95

     
       
     

 

L’ultima cena, 1999,

olio su juta, cm 95x95

       

 

Ecce homo, 1999,

olio su juta, cm 95x95

     
     

 

Crocifissione, 1999,

olio su juta, cm 95x95

       

 

Ascensione, 1999,

olio su juta, cm 95x95